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Un’amicizia liberatrice - In memoria di Giulio Girardi


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Nel mio percorso di ricerca di fede, ho avuto a volte la fortuna di poter conoscere, a partire da un libro incrociato e divorato con il desiderio di capire meglio quale sia la radicalità che Gesù chiede a chi vuole seguirlo, persone umili e singolari, che ho poi accostato e che mi hanno dato, anche se in pochi incontri, l’occasione di crescere nello sguardo “altro” che il Vangelo offre a chi sa farsi conquistare dallo Spirito di Dio nella storia.
Giulio Girardi è stato uno di questi: poterlo conoscere, poi ospitare per una conferenza, poi condividere con lui convivialmente la cena e le parole di un’esperienza di vita totalmente presa dall’urgenza di liberazione degli oppressi, sono stati un dono che mi ha dato tanto di quello che sono, ieri come oggi.
Ora che la sua Pasqua si è compiuta, sono certo che il piccolo seme che egli ha offerto, col suo Maestro, per la vita del mondo, porterà ancora speranza e forza per il Regno che viene.
Voglio ricordarlo con questo brano, tratto dal suo “Seminando amore come il mais”, dedicato alla vita e all’opera del vescovo dei poveri Leonidas Proaño, scelto per il suo rito di congedo con cui la sua comunità ha voluto annunciare questa speranza già presente nella storia.

Ascoltiamo la chiamata di Dio a rivelare al mondo la notizia della sua amicizia e ad impegnarci perché questa notizia sia il detonatore di una trasformazione del mondo; il detonatore di una storia di amicizia della quale siano protagonisti tutti coloro che soffrono la solitudine dell’emarginazione, della povertà, dell’esclusione; della quale siano protagonisti, nel momento attuale i popoli indigeni del paese, del continente e del mondo.
Rinnoviamo, in questo clima, il nostro incontro con la persona di Gesù, come rivelazione e segno dell’amicizia trinitaria e come vincolo amoroso tra la comunità divina e la comunità umana.
Questa però non può essere solo un esperienza di contemplazione del mistero di Dio e della nostra unità con Lui. Deve essere anche la riscoperta che in questa storia di amicizia, che aspira ad essere universale, siamo chiamati ad avere un ruolo da protagonisti, vivendo personalmente e soprattutto comunitariamente un’amicizia liberatrice, e contribuendo a trasformarla in un movimento universale. Il nostro ruolo da protagonisti nella chiesa e nella storia, lo eserciteremo scommettendo sul protagonismo degli oppressi, particolarmente degli indigeni; vale a dire riconoscendo non solo i loro diritti calpestati, ma anche la loro forza storica, morale, culturale, religiosa e politica, contribuendo con la nostra azione a risvegliare la fiducia degli oppressi in se stessi, a liberare le energie nascoste nella loro anima e nella loro storia. Un amicizia liberatrice e trasformatrice vissuta  con questo spirito, vale a dire con lo spirito di Gesù, con lo spirito di Proaño è anche un grido lanciato al mondo di oggi, a tutti i disincantati e i disperati, per dire loro che  no, che la storia non è finita, che una nuova storia è possibile, che una nuova storia, di cui sono protagonisti gli esclusi di ieri, è già iniziata.

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